Corpo Celeste (my star is fading)


L’oscurità lo aveva ormai conquistato, mentre sedeva al buio su un trono che aveva conosciuto un solo altro padrone in tutta la sua storia. La vista annebbiata, i pensieri fumosi, il dolore della mutazione che, sordo, lo penetrava fin nell’anima, Enma Kozato era diventato il Re di una tenebra infinita, che olezzava di vomito, sangue, sudore, buio, umidità, solitudine, delusione e schifo. Irriconoscibile, i capelli candidi, come se ormai si fosse consumato, come se le sue lancette si fossero spinte in avanti furiosamente per la rabbia di un suicidio singolare, spontaneo, come se il suo corpo avesse voluto strappare via il suo stesso tempo da sè, scartandolo in quanto parte dell’altro, del traditore, della sua maledizione, di ciò che gli aveva tolto ogni voglia di credere.
Enma, in verità, aveva smesso già di credere ormai da tempo, non ricordava neppure più da quanto. Eppure, nel terreno del suo cuore era rimasto radicato un seme invisibile di speranza, seme di cui nemmeno egli stesso conosceva l’esistenza.
Seme che aveva germogliato, illuminato dal sole di lui…

“…Sawada Tsunayoshi.”

Lo pronunciò, con una voce soave, che non credeva nemmeno di avere. Il suono del suo nome, dolce alle labbra, dolce alle orecchie. Nel ricordarlo, sentì come se nel suo cuore si fosse sollevata una diga ad impedirgli di ricordare i propri sentimenti.

Per la prima volta, nella sua vita, aveva visto in lui la sua luce, la sua stella. Qualcuno che potesse comprenderlo, che non lo giudicasse, che non volesse sottometterlo nè umiliarlo. Che gli sorrideva gentile, che lo riempiva di qualcosa che non fosse un vuoto pieno di dolore, ma un dolore più… sottile, caleidoscopico, complicato. Un’altra qualità di dolore, un dolore che gli faceva bene all’anima.

Eppure, quando Enma gli aveva chiesto

SALVAMI…!

Il germoglio era stato strappato dalla sua terra. Tsuna era fuggito, come tutti.

Ed Enma non lo avrebbe perdonato, no, non lo avrebbe perdonato. Non se lo sarebbe perdonato. Era solo colpa sua, non avrebbe dovuto crederci. Sciocco, ingenuo Enma.

All’improvviso si sentì squarciare l’anima, il corpo, da una fitta al centro dello sterno. Un urlo strozzato, uno sputo di sangue. Era la mutazione che tentava di distruggerlo completamente? Era forse soltanto il corpo che rispondeva al dolore dell’anima?

Enma smise di pensare. Non ne aveva la forza.

La visione, già compromessa, si distorse nel nulla. Fu la mente, invece, a vedere.

Enma si ritrovò in un prato sconfinato, di cui non riconosceva inizio nè fine, ma ne avrebbe potuto nominare ogni singolo filo d’erba, ogni pianta, ogni tronco d’albero. Era disteso, esausto. Una visione lisergica, forse dettata dall’esasperazione, dall’insopportabilità del dolore? Il paradiso o l’inferno?

Accanto a lui, Tsunayoshi. Sorridente, il viso angelico, meraviglioso.
Un istante d’estasi e sollievo, poi sentì crescere la rabbia e ruggì, infuriato dai suoi desideri inconsci, insopprimibili.

La visione svanì, senza mutare.

Al suo svanire, Enma provò stupore, e poi

disperazione,

che si sciolse in calde lacrime.

Conscio finalmente dei propri sentimenti, Enma si ritrovò impotente a singhiozzare, senza controllo.

Una luce si materializzò alle sue spalle e lo avvolse, cullandolo, asciugandogli le lacrime. Potè distinguere, anche se a fatica, il volto dello spirito che lo stava avvolgendo. Il viso di un adulto, così terribilmente simile al suo, ma dallo sguardo infinitamente più sereno, seppur con una nota di stanchezza.

Percepì come un bacio sulla tempia, leggero e affettuoso, il bacio di un padre al figlio adorato. Poi, sentì la sua coscienza fondersi a quella dell’altro. E vi si abbandonò.

La visione cambiò di nuovo, mutandosi stavolta in una memoria di un passato non suo. Uno scenario apparentemente italiano, di molti anni addietro, molto simile alla città diroccata che si trovava sull’isola. Due ragazzi, ridenti, illuminati l’uno dalla presenza dell’altro. Enma pensò, tra sè e sè:

“Sto vivendo il sogno di qualcun altro.”

E si accorse di non star pensando con la sua mente.

Quelle mani piccole, danzanti, dalla pelle chiara come alabastro, come marmo, candide come la luna. Cozart le aveva amate tanto, fin dal primo giorno, il giorno in cui le avevano strette. Una mano così piccola e graziosa, fresca, dentro la sua… un sorriso gentile, allegro. Lo aveva amato fin dal primo momento, fin dal primo istante. Le spalle fragili, la voce dolce e argentina, lo sguardo d’aurora in cui si perdeva, di tanto in tanto, e poi di nuovo il sogno che si impossessava del volto del giovane uomo. Un istinto visionario, un’alba pronta in quegli occhi di vetro di murano, lucenti come due stelle nel cielo estivo. Un nuovo sogno, una visione che lo prendeva come un incanto, ed era pronto a seguirlo o a guidarlo in un nuovo progetto. Con la sua grazia d’angelo, il viso di bimbo, l’eleganza e la maestosità di un felino, la maestà e l’eternità della statua di un Cristo di periferia. Cozart, che dall’aspetto in confronto si sentiva tanto sgraziato e goffo, sperava di poter un giorno ottenere anche solo la metà di tutta quella grazia e quell’incanto, e già in quel caso si sarebbe sentito leggero, lieve, come un velo da sposa, pronto a cominciare una nuova vita.

Le sue mani grandi, nodose, dalla pelle abbronzata dal sole di mille luoghi diversi. Giotto le aveva amate tanto, fin dal primo giorno, il giorno in cui le avevano strette. Una mano così grande e calda, che avvolgeva la sua… un sorriso sicuro, forte. Lo aveva amato fin dal primo momento, fin dal primo istante. Le spalle larghe, i silenzi pensierosi, lo sguardo cremisi che si perdeva nel vuoto, di tanto in tanto, e poi di nuovo la determinazione che possedeva il volto del giovane uomo. Un istinto ribelle, una luce negli occhi, ardente come fiamma viva. Una nuova idea, un’ispirazione che lo colpivano come lampi a ciel sereno, ed era pronto ad organizzare una nuova strategia. Con la bellezza della gioventù, il viso già adulto, la fierezza di un giovane leone, la tenacia e la bellezza potente di un fiore svettante in mezzo ai ghiacci e alle nevi. Giotto, che dall’aspetto in confronto sembrava un giovane e fragile virgulto, sperava di poter diventare forte anche solo la metà, e già in quel caso si sarebbe sentito grande, grande, imponente come un albero secolare, come un monte.

Così si erano incontrate, conosciute, influenzate a vicenda quelle due anime predestinate. Così si erano congiunte e separate, ma unite per sempre dal fato e dalla storia. Due specchi, uno di fronte l’altro, destinati a riflettersi in eterno, anche a distanze abnormi di tempo e spazio a separarli.

Cozart stava mostrando al suo discendente le sue memorie affezionate di quel periodo, così luminoso da averlo abbagliato per il resto dell’eternità. Enma, nel suo cuore, sentiva scorrere come acqua i sentimenti del suo avo, e in qualche modo anche quelli di Giotto.

E più ne percepiva l’amore sconfinato, più era furioso. Aprì bocca, infine, per ruggire.

“Come puoi provare sentimenti simili per qualcuno che non ha esitato a gettare via la tua vita?”

Il viso di Cozart, stavolta nitido, si rattristò leggermente. Finalmente aprì bocca, e la sua voce era roca, ma gentile. “Non è andata così… anche se non vuoi credermi in questo momento, non è andata così.”

Enma effettivamente non gli credeva, anche se sentiva dentro di sè smuoversi qualcosa dinanzi a quelle parole.

“E nemmeno Tsunayoshi ti ha mai tradito. Ma lo capirai a tempo debito…”, aggiunse, flebilmente, anche se sapeva che in quel momento le sue parole non sarebbero state ascoltate. Portò una mano sul cuore, e aggiunse, chiudendo gli occhi: “Anche ora che il mio corpo non è che pulviscolo nell’atmosfera, anche ora che la mia anima vaga per le galassie, tra la desolazione della misera Terra e gli incanti dei Cieli infiniti, lui è il mio unico sole. Anche adesso che il suo spirito, padrone del tempo, viaggia tra le curvature degli universi, e non ho modo di incontrarlo, la sua visione è nitidamente impressa nella mia mente, nella mia anima. Entrambi aneliamo ricongiungerci l’un l’altro, più di ogni altra cosa.”

Enma sentì la mano poggiarsi sul suo stesso petto, e le parole di Cozart, seppur astratte, lo colpirono profondamente, facendo vibrare le medesime corde che la visione, il pensiero di Tsunayoshi facevano vibrare. Non seppe rispondere. Cozart aprì gli occhi e gli rivolse uno sguardo fermo, certo. “So che comprendi ciò che provo.”

Ancora una volta non seppe cosa dire, nè ebbe tempo di dire alcunchè, ma percepì chiaramente la visione svanire, recedere, e far luogo alla realtà con una lenta, ineluttabile dissolvenza.

E furono di nuovo oscurità, e dolore, e sapore di sangue sulle labbra. Sentì le lacrime asciugate dalle sue guance scorrere nuovamente.

Era venuto a capo dei suoi sentimenti, ma era troppo tardi. Sentiva il suo cuore cercare disperatamente di soffocare la consapevolezza, in un tentativo disperato di non ferirsi inutilmente con speranze e desideri impossibili da soddisfare…

Sentiva l’anima svanire, annullarsi, la mente diventare un nulla completo.

Come on, oh my star is fading
And I swerve out of control
If I, if I’d only waited
I’d not be stuck here in this hole 

E si sorprese, di nuovo, a pensare

“…vieni qui…”

Desiderava liberarsi di quel dolore, riprendere in mano la sua anima, le sue emozioni. Ma ormai tutto era fuori controllo, il suo cuore si era indebolito tanto da renderlo vittima della maledizione dell’anello ereditato dal suo medesimo avo, quell’anello che avrebbe potuto dargli tanto potere da dominare lo spazio, lo stava lentamente consumando, divorando, ritenendolo non più degno di quel trono su cui, ironicamente, sedeva. La speranza in lui, scopriva in quel momento, non era mai stata eradicata, nemmeno dalla più cocente delle delusioni… e si chiedeva dunque come facesse ad esistere ancora, nonostante tutto. Era ancora lì, anche mentre lui continuava a cadere.
La mano stringeva ancora il suo petto. Sentì qualcosa sotto le dita, e con cura la distaccò da sè. Sotto, vide qualcosa di incredibile. Non riusciva a credere che la trasformazione potesse giungere a quel punto… e poi, quale ironia.
Quello, incredibile a credersi, era un buco nero, proprio nel centro del suo petto. Piccolo che poteva stare in un pugno, piccolo quanto il suo cuore. 

Come here, oh my star is fading
And I swerve out of control
And I swear I waited and waited
I’ve got to get out of this hole

Provò pena per Cozart, all’improvviso. Gli venivano in mente le lezioni di scienze, in cui aveva imparato che un buco nero è una stella morta, un corpo celeste dotato di gravità tale da attirare a sè qualunque cosa. Un astro morto, collassato su sè stesso. Enma pensò avvilito al destino ironico che aveva portato probabilmente il suo avo a cercare di ricreare in sè il Cielo di cui era innamorato, e il suo firmamento; fallendo però, creandone un’imitazione distorta. Creando la forma ormai morta di una stella. Pensò all’assurdità di quel castello sottoterra, probabilmente del tutto simile a quello di Giotto, ma completamente e rabbiosamente privato della vista del cielo. Pensò agli occhi illanguiditi dello spettro e a quanto fosse tenero e disperato il suo amore, tanto quanto quello che lui provava. Pensò intristito a quanto Cozart sembrasse devastato dal suo personalissimo inferno, dall’eternità che a quanto pare in qualche modo stava vivendo in chissà quale forma, eternamente separato dal suo amato.
Eppure… anche nei suoi occhi, l’aveva vista.
La speranza.
Non si era spenta… che cos’era a tenerla accesa ancora, in Cozart? Nei suoi occhi aveva letto speranza, ed un muto incoraggiamento…

But time is on your side
It’s on your side now
Not pushing you down and all around
It’s no cause for concern

Ma cosa poteva dare ancora speranza allo stesso Enma? Non lo sapeva. Si sentiva incatenato, distrutto, annichilito, derubato, eppure aveva ancora un barlume di speranza acceso dentro di sè.
Voleva vederlo, prima che la stella si infrangesse… anche se lo sapeva, che era troppo tardi, anche se sapeva che era finita, perchè lo stato del suo corpo era ormai segnale di un punto di non ritorno… anche se oramai le sue azioni non rispondevano più al suo cuore, fortissimamente avrebbe desiderato…

…essere salvato.

Come on, oh my star is fading
And I see no chance of release
And I know I’m dead on the surface
But I am screaming underneath

Era stanco di soffrire, subire, cadere, crollare, precipitare-stanco di essere deluso, maltrattato, abbandonato. Non voleva credere di essersi illuso, non voleva credere di essersi sbagliato. Questo pensava in fondo alla sua anima, mentre i pensieri incattiviti cercavano di avere la meglio su di lui e

TI AMMAZZO, TSUNAYOSHI, TI AMMAZZO, MUORI! Non voglio essere solo… LA TRISTEZZA DI COZART! IL SANGUE DI MAMI! Non andare via. I MIEI COMPAGNI, RIDAMMELI INDIETRO! Sono così solo, ho paura. DEVO UCCIDERE TSUNAYOSHI! Aiutami. VOGLIO LA MIA VENDETTA-il tuo ritorno-LA MIA VENDETTA-il tuo ritorno-LA MIA VENDETTA-il tuo ritorno-LA MIA VENDETTA-il tuo ritorno-LA MIA VENDETTA-il tuo ritorno-LA MIA VENDETTA-il tuo…

Stuck on the end of this ball and chain
And I’m on my way back down again
Stood on a bridge, tied to the noose
Sick to the stomach
You can say what you mean
But it won’t change a thing
I’m sick of the secrets
Stood on the edge, tied to the noose

“Io sono qui.”

You came along and you cut me loose

…ritorno.

You came along and you cut me loose
You came along and you cut me loose.