Giotto e il suo peccato, lineart


Giotto e il suo peccato, lineart

Giotto osserva, commosso e sognante, lo scrigno che contiene il suo delitto: il sangue di Simon Cozart, suo migliore amico e fratello, ormai lontano e irraggiungibile come se fosse morto. Ma nessuno mai lo saprà… forse.

G pen, 0,05 della Staedtler, Moleskine e tanto amore perchè sennò la scatolina del Delitto col cazzo che la disegnavo. Quanti dettagli, minca mea.

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Various


Un po’ di disegni dell’ultimo periodo. Ah, ho passato l’esame! ❤

Nell'esperienza allo Julia, per due mesi pieni ho fatto ritratti partendo da foto o dal vero. Il risultato si vede in una mia maggior disinvoltura nello sfruttare reference photos per le fanart! In questa coppia di disegni, Giotto è preso dal Chris Martin del video di Viva la Vida (versione di Anthony Corbjin), mentre Cozart dal Guazzone del video di Guasto. Vorrei fare tutte e sette le chiavi "in musica", ma se volessi seguire l'ispirazione penso ci vorrà un bel po' di tempo. Per la settima chiave avrei pensato a Madness(Muse), ma devo lavorarci.

…in questi giorni ho scoperto Gangnam Style. *facepalm*

Nya & Nyan! Mi piacerebbe lavorarci per delle vignette semplici e carine.

Prospekt’s March


Nella prima versione del disegno era presente anche Giotto, con abiti eleganti ma vintage che mi avevano richiesto un bel po’ di ricerche online. Il concept era “nobile(Giotto) vs rivoluzionario(Cozart)”. Volevo anche inserire due pendenti: uno con la rosa dei venti(su Cozart), l’altro con un orologio da taschino(su Giotto), date le simbologie legate ai due. Alla fine scartai l’idea perchè era davvero difficile notarli nel disegno xD… il risultato finale era questo: http://candybullet.wordpress.com/2010/11/23/khr-revolution-bw-pencil-inked-versions/

Dopo quasi due anni (il post sul Candybullet della prima versione dell’Artwork, “Revolution”, è datato 23/11/2010) ho deciso di rielaborare e ricalcare solo Cozart con un risultato che mi ha impressionata, in positivo: a quanto pare sono davvero migliorata in questo lasso di tempo! Ho ricalcato in parte il corpo dal disegno precedente, fatto aggiustamenti, e ho cambiato un bel po’ il volto. I vestiti di Cozart sono ispirati al costume che il suddetto frontman dei Coldplay indossava durante l’era di Viva la Vida, di cui anche la canzone che ha ispirato il disegno, “Prospekt’s March/Poppyfields” fa parte. Amo TUTTE e dico TUTTE le scelte grafiche di quell’era/tour (Viva la Vida+Prospekt’s March, dalle copertine degli album ai promo video ai costumi di scena della tourneè). Adesso il Cozart che indossa i panni di Chris Martin rielaborati in uno stile “alla Amano” è lo stesso che era andato a soccorrere Giotto, ferito e sanguinante. L’impressione è che sia corso lì nel momento esatto in cui ha ricevuto la lettera e che essa non abbia mai lasciato il suo pugno. La busta infatti è spiegazzata in malo modo…

Interessante come io definisca questo disegno una CozaGio nonostante raffiguri solo Cozart. E’ perchè, disegnandolo, gli ho inciso in volto i sentimenti che prova per Giotto… sembra dica “Aspettami, resisterò. Sto venendo a salvarti.”

Insieme a “Se Tornassi Indietro”, potrebbe rappresentare in qualche modo un’ illustrazione del racconto omonimo (in questo caso, del suo epilogo, o dell’ultima frase se vogliamo, abiti coldplayani a parte).

Nuvole


Corpo Celeste è una canzone dei Subsonica che ritengo fortemente adatta alla Cozart x Giotto/Enma x Tsuna. Mi ha ispirato una fanfiction (in tandem con Amsterdam dei Coldplay, quindi è venuta su una doppia songfic) e quest’artwork. Non per niente la frase “le curvature del tempo ci attendono” è presa da quelle lyrics. Le immagini “astrali” e alcune frasi, con un po’ di ispirazione, sono perfettamente adattabili alle due coppie di terra e cielo. Mi affascina tantissimo il fatto che alla fine negli anelli siano rimasti gli “spiriti viventi” e le fiamme di Giotto e Cozart, per cui le frasi “Oggi io e te siamo comete instabili, luci intrecciate che fendono oscurità. […] E sono qui a immaginare anche per noi un tempo sospeso, un frammento di eternità. Quanto di te per sempre acceso viaggerà? Le curvature del tempo ci attendono.” mi ha colpita come fin troppo azzeccata: ho immaginato che, dopo la morte (senza essersi mai più rivisti in vita), si siano ritrovati finalmente liberi, le loro anime come delle meteore libere di vagare per l’universo, tra spazio e tempo. Forse però la realtà è che sono stati ingabbiati negli anelli anche dopo la morte, e che soltanto in Enma e Tsuna sono stati finalmente liberi e uniti di nuovo… ma usare l’immaginazione non guasta.

A parte tutto lo sproloquio non richiesto, la fanart-di cui sono molto soddisfatta, a prescindere dai riscontri-illustra un’altra frase del testo: “finchè avrò fiato io soffierò via le tue nuvole”. E’ facile immaginare che Cozart, apparentemente scanzonato-pur se razionale-, sia stato un po’ un raggio di sole nella vita di Giotto, che mi ha sempre dato un’impressione di freddezza e malinconia. Mi piacerebbe se la Amano andasse ad approfondire un po’ la prima generazione SUL SERIO. .___.

Chiaroscuro con matita 6B su foglio di carta leggero.

Works in Progress


Mi sembra giusto postare anche i miei piccoli aborti, visto il poco, pochissimo tempo che sto dedicando all’arte…

Immagine

Tentativo di disegnare Madoka. La fanart completa dovrebbe essere una dark Madoka, o comunque un concept particolare che coinvolge Gretchen, ma boh, vedrò cosa mi dirà l’ispirazione quando deciderò di rimetterci mano…

Schizzo sulla moleskine di Giotto, inquietante perchè quel giorno ho ricevuto (brutte) notizie da una mia conoscenza legata a questo personaggio…


Schizzo “abbinato” di Cozart, ispirato da Poppyfields.

Corpo Celeste (my star is fading)


L’oscurità lo aveva ormai conquistato, mentre sedeva al buio su un trono che aveva conosciuto un solo altro padrone in tutta la sua storia. La vista annebbiata, i pensieri fumosi, il dolore della mutazione che, sordo, lo penetrava fin nell’anima, Enma Kozato era diventato il Re di una tenebra infinita, che olezzava di vomito, sangue, sudore, buio, umidità, solitudine, delusione e schifo. Irriconoscibile, i capelli candidi, come se ormai si fosse consumato, come se le sue lancette si fossero spinte in avanti furiosamente per la rabbia di un suicidio singolare, spontaneo, come se il suo corpo avesse voluto strappare via il suo stesso tempo da sè, scartandolo in quanto parte dell’altro, del traditore, della sua maledizione, di ciò che gli aveva tolto ogni voglia di credere.
Enma, in verità, aveva smesso già di credere ormai da tempo, non ricordava neppure più da quanto. Eppure, nel terreno del suo cuore era rimasto radicato un seme invisibile di speranza, seme di cui nemmeno egli stesso conosceva l’esistenza.
Seme che aveva germogliato, illuminato dal sole di lui…

“…Sawada Tsunayoshi.”

Lo pronunciò, con una voce soave, che non credeva nemmeno di avere. Il suono del suo nome, dolce alle labbra, dolce alle orecchie. Nel ricordarlo, sentì come se nel suo cuore si fosse sollevata una diga ad impedirgli di ricordare i propri sentimenti.

Per la prima volta, nella sua vita, aveva visto in lui la sua luce, la sua stella. Qualcuno che potesse comprenderlo, che non lo giudicasse, che non volesse sottometterlo nè umiliarlo. Che gli sorrideva gentile, che lo riempiva di qualcosa che non fosse un vuoto pieno di dolore, ma un dolore più… sottile, caleidoscopico, complicato. Un’altra qualità di dolore, un dolore che gli faceva bene all’anima.

Eppure, quando Enma gli aveva chiesto

SALVAMI…!

Il germoglio era stato strappato dalla sua terra. Tsuna era fuggito, come tutti.

Ed Enma non lo avrebbe perdonato, no, non lo avrebbe perdonato. Non se lo sarebbe perdonato. Era solo colpa sua, non avrebbe dovuto crederci. Sciocco, ingenuo Enma.

All’improvviso si sentì squarciare l’anima, il corpo, da una fitta al centro dello sterno. Un urlo strozzato, uno sputo di sangue. Era la mutazione che tentava di distruggerlo completamente? Era forse soltanto il corpo che rispondeva al dolore dell’anima?

Enma smise di pensare. Non ne aveva la forza.

La visione, già compromessa, si distorse nel nulla. Fu la mente, invece, a vedere.

Enma si ritrovò in un prato sconfinato, di cui non riconosceva inizio nè fine, ma ne avrebbe potuto nominare ogni singolo filo d’erba, ogni pianta, ogni tronco d’albero. Era disteso, esausto. Una visione lisergica, forse dettata dall’esasperazione, dall’insopportabilità del dolore? Il paradiso o l’inferno?

Accanto a lui, Tsunayoshi. Sorridente, il viso angelico, meraviglioso.
Un istante d’estasi e sollievo, poi sentì crescere la rabbia e ruggì, infuriato dai suoi desideri inconsci, insopprimibili.

La visione svanì, senza mutare.

Al suo svanire, Enma provò stupore, e poi

disperazione,

che si sciolse in calde lacrime.

Conscio finalmente dei propri sentimenti, Enma si ritrovò impotente a singhiozzare, senza controllo.

Una luce si materializzò alle sue spalle e lo avvolse, cullandolo, asciugandogli le lacrime. Potè distinguere, anche se a fatica, il volto dello spirito che lo stava avvolgendo. Il viso di un adulto, così terribilmente simile al suo, ma dallo sguardo infinitamente più sereno, seppur con una nota di stanchezza.

Percepì come un bacio sulla tempia, leggero e affettuoso, il bacio di un padre al figlio adorato. Poi, sentì la sua coscienza fondersi a quella dell’altro. E vi si abbandonò.

La visione cambiò di nuovo, mutandosi stavolta in una memoria di un passato non suo. Uno scenario apparentemente italiano, di molti anni addietro, molto simile alla città diroccata che si trovava sull’isola. Due ragazzi, ridenti, illuminati l’uno dalla presenza dell’altro. Enma pensò, tra sè e sè:

“Sto vivendo il sogno di qualcun altro.”

E si accorse di non star pensando con la sua mente.

Quelle mani piccole, danzanti, dalla pelle chiara come alabastro, come marmo, candide come la luna. Cozart le aveva amate tanto, fin dal primo giorno, il giorno in cui le avevano strette. Una mano così piccola e graziosa, fresca, dentro la sua… un sorriso gentile, allegro. Lo aveva amato fin dal primo momento, fin dal primo istante. Le spalle fragili, la voce dolce e argentina, lo sguardo d’aurora in cui si perdeva, di tanto in tanto, e poi di nuovo il sogno che si impossessava del volto del giovane uomo. Un istinto visionario, un’alba pronta in quegli occhi di vetro di murano, lucenti come due stelle nel cielo estivo. Un nuovo sogno, una visione che lo prendeva come un incanto, ed era pronto a seguirlo o a guidarlo in un nuovo progetto. Con la sua grazia d’angelo, il viso di bimbo, l’eleganza e la maestosità di un felino, la maestà e l’eternità della statua di un Cristo di periferia. Cozart, che dall’aspetto in confronto si sentiva tanto sgraziato e goffo, sperava di poter un giorno ottenere anche solo la metà di tutta quella grazia e quell’incanto, e già in quel caso si sarebbe sentito leggero, lieve, come un velo da sposa, pronto a cominciare una nuova vita.

Le sue mani grandi, nodose, dalla pelle abbronzata dal sole di mille luoghi diversi. Giotto le aveva amate tanto, fin dal primo giorno, il giorno in cui le avevano strette. Una mano così grande e calda, che avvolgeva la sua… un sorriso sicuro, forte. Lo aveva amato fin dal primo momento, fin dal primo istante. Le spalle larghe, i silenzi pensierosi, lo sguardo cremisi che si perdeva nel vuoto, di tanto in tanto, e poi di nuovo la determinazione che possedeva il volto del giovane uomo. Un istinto ribelle, una luce negli occhi, ardente come fiamma viva. Una nuova idea, un’ispirazione che lo colpivano come lampi a ciel sereno, ed era pronto ad organizzare una nuova strategia. Con la bellezza della gioventù, il viso già adulto, la fierezza di un giovane leone, la tenacia e la bellezza potente di un fiore svettante in mezzo ai ghiacci e alle nevi. Giotto, che dall’aspetto in confronto sembrava un giovane e fragile virgulto, sperava di poter diventare forte anche solo la metà, e già in quel caso si sarebbe sentito grande, grande, imponente come un albero secolare, come un monte.

Così si erano incontrate, conosciute, influenzate a vicenda quelle due anime predestinate. Così si erano congiunte e separate, ma unite per sempre dal fato e dalla storia. Due specchi, uno di fronte l’altro, destinati a riflettersi in eterno, anche a distanze abnormi di tempo e spazio a separarli.

Cozart stava mostrando al suo discendente le sue memorie affezionate di quel periodo, così luminoso da averlo abbagliato per il resto dell’eternità. Enma, nel suo cuore, sentiva scorrere come acqua i sentimenti del suo avo, e in qualche modo anche quelli di Giotto.

E più ne percepiva l’amore sconfinato, più era furioso. Aprì bocca, infine, per ruggire.

“Come puoi provare sentimenti simili per qualcuno che non ha esitato a gettare via la tua vita?”

Il viso di Cozart, stavolta nitido, si rattristò leggermente. Finalmente aprì bocca, e la sua voce era roca, ma gentile. “Non è andata così… anche se non vuoi credermi in questo momento, non è andata così.”

Enma effettivamente non gli credeva, anche se sentiva dentro di sè smuoversi qualcosa dinanzi a quelle parole.

“E nemmeno Tsunayoshi ti ha mai tradito. Ma lo capirai a tempo debito…”, aggiunse, flebilmente, anche se sapeva che in quel momento le sue parole non sarebbero state ascoltate. Portò una mano sul cuore, e aggiunse, chiudendo gli occhi: “Anche ora che il mio corpo non è che pulviscolo nell’atmosfera, anche ora che la mia anima vaga per le galassie, tra la desolazione della misera Terra e gli incanti dei Cieli infiniti, lui è il mio unico sole. Anche adesso che il suo spirito, padrone del tempo, viaggia tra le curvature degli universi, e non ho modo di incontrarlo, la sua visione è nitidamente impressa nella mia mente, nella mia anima. Entrambi aneliamo ricongiungerci l’un l’altro, più di ogni altra cosa.”

Enma sentì la mano poggiarsi sul suo stesso petto, e le parole di Cozart, seppur astratte, lo colpirono profondamente, facendo vibrare le medesime corde che la visione, il pensiero di Tsunayoshi facevano vibrare. Non seppe rispondere. Cozart aprì gli occhi e gli rivolse uno sguardo fermo, certo. “So che comprendi ciò che provo.”

Ancora una volta non seppe cosa dire, nè ebbe tempo di dire alcunchè, ma percepì chiaramente la visione svanire, recedere, e far luogo alla realtà con una lenta, ineluttabile dissolvenza.

E furono di nuovo oscurità, e dolore, e sapore di sangue sulle labbra. Sentì le lacrime asciugate dalle sue guance scorrere nuovamente.

Era venuto a capo dei suoi sentimenti, ma era troppo tardi. Sentiva il suo cuore cercare disperatamente di soffocare la consapevolezza, in un tentativo disperato di non ferirsi inutilmente con speranze e desideri impossibili da soddisfare…

Sentiva l’anima svanire, annullarsi, la mente diventare un nulla completo.

Come on, oh my star is fading
And I swerve out of control
If I, if I’d only waited
I’d not be stuck here in this hole 

E si sorprese, di nuovo, a pensare

“…vieni qui…”

Desiderava liberarsi di quel dolore, riprendere in mano la sua anima, le sue emozioni. Ma ormai tutto era fuori controllo, il suo cuore si era indebolito tanto da renderlo vittima della maledizione dell’anello ereditato dal suo medesimo avo, quell’anello che avrebbe potuto dargli tanto potere da dominare lo spazio, lo stava lentamente consumando, divorando, ritenendolo non più degno di quel trono su cui, ironicamente, sedeva. La speranza in lui, scopriva in quel momento, non era mai stata eradicata, nemmeno dalla più cocente delle delusioni… e si chiedeva dunque come facesse ad esistere ancora, nonostante tutto. Era ancora lì, anche mentre lui continuava a cadere.
La mano stringeva ancora il suo petto. Sentì qualcosa sotto le dita, e con cura la distaccò da sè. Sotto, vide qualcosa di incredibile. Non riusciva a credere che la trasformazione potesse giungere a quel punto… e poi, quale ironia.
Quello, incredibile a credersi, era un buco nero, proprio nel centro del suo petto. Piccolo che poteva stare in un pugno, piccolo quanto il suo cuore. 

Come here, oh my star is fading
And I swerve out of control
And I swear I waited and waited
I’ve got to get out of this hole

Provò pena per Cozart, all’improvviso. Gli venivano in mente le lezioni di scienze, in cui aveva imparato che un buco nero è una stella morta, un corpo celeste dotato di gravità tale da attirare a sè qualunque cosa. Un astro morto, collassato su sè stesso. Enma pensò avvilito al destino ironico che aveva portato probabilmente il suo avo a cercare di ricreare in sè il Cielo di cui era innamorato, e il suo firmamento; fallendo però, creandone un’imitazione distorta. Creando la forma ormai morta di una stella. Pensò all’assurdità di quel castello sottoterra, probabilmente del tutto simile a quello di Giotto, ma completamente e rabbiosamente privato della vista del cielo. Pensò agli occhi illanguiditi dello spettro e a quanto fosse tenero e disperato il suo amore, tanto quanto quello che lui provava. Pensò intristito a quanto Cozart sembrasse devastato dal suo personalissimo inferno, dall’eternità che a quanto pare in qualche modo stava vivendo in chissà quale forma, eternamente separato dal suo amato.
Eppure… anche nei suoi occhi, l’aveva vista.
La speranza.
Non si era spenta… che cos’era a tenerla accesa ancora, in Cozart? Nei suoi occhi aveva letto speranza, ed un muto incoraggiamento…

But time is on your side
It’s on your side now
Not pushing you down and all around
It’s no cause for concern

Ma cosa poteva dare ancora speranza allo stesso Enma? Non lo sapeva. Si sentiva incatenato, distrutto, annichilito, derubato, eppure aveva ancora un barlume di speranza acceso dentro di sè.
Voleva vederlo, prima che la stella si infrangesse… anche se lo sapeva, che era troppo tardi, anche se sapeva che era finita, perchè lo stato del suo corpo era ormai segnale di un punto di non ritorno… anche se oramai le sue azioni non rispondevano più al suo cuore, fortissimamente avrebbe desiderato…

…essere salvato.

Come on, oh my star is fading
And I see no chance of release
And I know I’m dead on the surface
But I am screaming underneath

Era stanco di soffrire, subire, cadere, crollare, precipitare-stanco di essere deluso, maltrattato, abbandonato. Non voleva credere di essersi illuso, non voleva credere di essersi sbagliato. Questo pensava in fondo alla sua anima, mentre i pensieri incattiviti cercavano di avere la meglio su di lui e

TI AMMAZZO, TSUNAYOSHI, TI AMMAZZO, MUORI! Non voglio essere solo… LA TRISTEZZA DI COZART! IL SANGUE DI MAMI! Non andare via. I MIEI COMPAGNI, RIDAMMELI INDIETRO! Sono così solo, ho paura. DEVO UCCIDERE TSUNAYOSHI! Aiutami. VOGLIO LA MIA VENDETTA-il tuo ritorno-LA MIA VENDETTA-il tuo ritorno-LA MIA VENDETTA-il tuo ritorno-LA MIA VENDETTA-il tuo ritorno-LA MIA VENDETTA-il tuo ritorno-LA MIA VENDETTA-il tuo…

Stuck on the end of this ball and chain
And I’m on my way back down again
Stood on a bridge, tied to the noose
Sick to the stomach
You can say what you mean
But it won’t change a thing
I’m sick of the secrets
Stood on the edge, tied to the noose

“Io sono qui.”

You came along and you cut me loose

…ritorno.

You came along and you cut me loose
You came along and you cut me loose.

L’angelo


Questo schizzo lo avevo iniziato da un bel po’ sul mio pezzotto di moleskine ma non lo avevo mai concluso. Tra l’altro sembrava un troiaio, con tutti i corpi intrecciati così e appena schizzati, che quindi sembravano nudi…ora è finalmente concluso. A ispirarmi, L’Angelo dei Subsonica e il triangolo DaeGioCoza formatosi in roleplay. In realtà L’Angelo mi ha anche ispirato una possibile illustrazione/”ending” per Encaged Heavens, ma non c’è ancora niente su carta. Il concept sarebbe comunque lo stesso…

La canzone descrive una persona bramata a lungo e che viene realmente conquistata, ma… non è certamente un angelo. Il protagonista della canzone decide, però, che si lascerà consumare l’anima… e che non desidera di meglio. Questa è la prima ipotesi. La seconda, invece, è che gli ultimi due versi siano dedicati a una terza persona… i Subs mi confondono un po’ con le loro cacchio di variazioni di “persona” nelle canzoni, e passano da una terza(“lasciando che SI MASTICHI la mia anima”) a una seconda (“te”) persona con nonchalance (anche ne “il Diluvio” lo fanno e_e ma lì è chiaro che si parla sempre della stessa donna)… Il disegno è fatto sulla base della seconda ipotesi, o meglio… spiego. XD

Daemon è colui che “proprio un angelo non è” per Giotto; Giotto lo è per Cozart. Però sono entrambi contenti di farsi divorare l’anima dai loro demoni personali.

Non sono del tutto soddisfatta dello schizzo, va detto… la meme EXPECTATION/REALITY si adatta al disegno più di ogni altra cosa. 😐 Mi sono divertita a corredarlo col testo scritto in modo particolare, pieno di disegnini e minchiate, ma anche in quel caso ho ottenuto solo parzialmente l’effetto che volevo. Forse dovrei darmi all’alcol prima di fare sti esperimenti, almeno non avrei paura di essere eccessiva D: